L’Italia ha la memoria corta. Resistenza e fonti orali
Posted: novembre 15th, 2011 | Author: smsdemartino | Filed under: AttivitĂ e convegni | No Comments »
a cura di Marco Chiarelli, Tommaso Saggiorato, Eleonora Stabile, Paola Trevisan
(Venezia, Temporale 2011)
La guerra contemporanea è il momento in cui pubblico e privato vivono il loro massimo intreccio. Essa trasforma lo spazio interiore degli individui non meno di quanto travolga il paesaggio che ne sta fuori. Non opera distinzioni nette tra fronte e retrovie, tra militari e civili, tra uomini e donne, tra adulti e bambini. Inoltre comincia di fatto prima di essere dichiarata, nella propaganda, e si conclude ben dopo che la sua fine è stata firmata, prolungandosi nella memoria di chi vi ha partecipato o assistito. Anche in questo senso, oltre che per amara constatazione, possiamo dire che «Le guerre non finiscono mai».
Intervistare dei testimoni di guerra – qualunque sia stata la loro collocazione – significa fare i conti con tracce indelebili depositate nella memoria e nel corpo di ciascuno, perché la guerra è come una pietra miliare che segna con un “prima” e un “dopo” le storie di vita di chi l’ha vissuta. Proprio per questo motivo la memoria della guerra è un campo d’indagine tra i più praticati da chi si occupa di storia orale. Se è vero che è la guerra che ha legittimato la storia orale e l’ha fatta entrare nel campo della storiografia, non è meno vero che la storia orale ha rinnovato la storiografia, cioè ha contribuito in maniera determinante a ridefinire negli ultimi decenni il modo in cui si studiano le guerre.
Sommario
MILITARI, PRIGIONIERI, PARTIGIANI
1. I fronti della Seconda guerra mondiale, 1940-1945
2. Italia, 1943-1945
BAMBINI, DONNE, CIVILI
1. Italia, 1940-1945
2. Bosnia-Erzegovina, 1992-1994
APPENDICE

Luglio 1960. Mentre, da Genova alla Sicilia, l’Italia è attraversata dalla rivolta antifascista contro il governo Tambroni, a Taranto si pone la prima pietra del IV centro siderurgico dell’Iri. Cinquant’anni il 9 luglio, ma tentarne un bilancio, oggi, non è facile. E’ di questi giorni la notizia dell’iscrizione nel registro degli indagati per Emilio Riva, presidente della omonima società che 15 anni fa ha rilevato lo stabilimento dallo Stato, suo figlio Nicola, presidente del consiglio di amministrazione dell’Ilva, e altri due dirigenti, ritenuti responsabili di disastro ambientale colposo, avvelenamento colposo di sostanze destinate all’alimentazione, getto pericoloso di cose e omissione dolosa di cautele antinfortunistiche. C’è la raccolta di firme per un referendum consultivo che chieda la chiusura totale dello stabilimento o perlomeno dell’area a caldo e dei parchi minerali e che sta dividendo l’opinione pubblica e le forze politiche della città ; ci sono le rivendicazioni delle associazioni ambientaliste e quelle della rete Alta Marea che denunciano una città martoriata dalle emissioni di veleni; ci sono i processi per le morti sul lavoro e quelle per amianto; c’è l’”Associazione 12 giugno” dei familiari delle vittime del lavoro che ci ricorda costantemente in quanti hanno un parente morto o ammalato a causa del ”posto sicuro” che l’Ilva ha garantito per qualche decennio; ci sono centinaia di lavoratori di nuovo in cassa integrazione. Eppure quando l’Ilva approdò a Taranto sembrò la soluzione ai gravi problemi economici della città . La crisi dell’industria navalmeccanica (concentrata nell’Arsenale militare e nei Cantieri navali), apertasi nel secondo dopoguerra principalmente a causa della sua incapacità di riconvertirsi da produzione di guerra ad altro, nel giro di poco più di un decennio aveva fatto precipitare i livelli di occupazione e aperto la via all’emigrazione. Da una monocoltura a un’altra: l’acciaio fu la risposta. Nell’Italia del boom economico della fine degli anni ’50 il mercato dell’acciaio sembrava destinato a un’espansione senza limiti; di conseguenza l’Iri ipotizzò la costruzione del IV centro siderurgico italiano a ciclo integrale, il più grande, che doveva produrre più di Cornigliano, Piombino e Bagnoli. Taranto rispondeva a tutti i requisiti necessari per la sua installazione: una posizione pianeggiante; un porto per l’attracco delle navi cariche di minerali e la partenza di quelle cariche di tubi e rotoli di acciaio; acqua di mare da utilizzare, una volta demineralizzata, per il raffreddamamento degli impianti; una cava di calcare, necessario per la fusione del minerale; tanta manodopera disponibile subito. Per la costruzione fu scelta un’area a nord della città , fra il porto e la linea ferroviaria. Seicento ettari di terreno su cui sorgevano piccole e medie aziende agricole, espropriati ai legittimi proprietari per far posto al progresso. Dopo il raddoppio dello stabilimento, concluso nel 1975, diventano mille e cinquecento, due volte e mezzo l’estensione di Taranto, situati a cinque chilometri dal centro della città , ma a poche centinaia di metri dal rione Tamburi. Ma, allora, non se ne preoccupa nessuno. Taranto, dicono tutti, sta finalmente uscendo da secoli di «immobilità , abbandono, rassegnazione, miseria». Ora si prospetta un’era di sviluppo e di benessere senza fine. Si innalzano costruzioni fino ad allora inimmaginabili, enormi: tubifici, altiforni, acciaierie, laminatoi e poi 50 chilometri di reti stradali e 200 di rete ferroviaria, nastri per il trasporto dei minerali dal porto ai parchi, dove si accumulano in scure colline che cominciano a spargere un polverino rossastro sulla città e sulla campagna circostante. L’acciaio è il re e il re fuma. E quanto più quelle ciminiere fumano tanto più la città si sente ricca. Ed è ricca, economicamente ma anche culturalmente, perché l’Italsider, così si chiama allora, gestisce un circolo culturale che porta a Taranto la migliore produzione internazionale delle arti figurative e dello spettacolo. Si preoccupa anche della formazione sportiva e ricreativa in genere dei suoi dipendenti, organizza viaggi ovunque nel mondo. Una stagione come quella dell’Italsider pubblica, da questo punto di vista, Taranto non l’ha più avuta. Il tributo che la città paga in cambio è molto alto. La fabbrica del progresso e della ricchezza ci impiega poco ad essere ribattezzata ”’u crepiente” dai lavoratori, il posto dove si crepa. Troppi muoiono a causa di incidenti sul lavoro, malattie professionali, amianto. Si ammalano anche quelli che non ci lavorano ma ne respirano l’aria, soprattutto gli abitanti del rione Tamburi. Sulle responsabilità della gestione pubblica per il disastro provocato dall’Italsider/Ilva si è taciuto a lungo. Si è detto che allora non si sapeva, che non c’era la mentalità ambientalista, che la sicurezza sul lavoro non era pratica prioritaria. Falso. Già nel 1964 il sindaco Conte si dichiara preoccupato dell’impatto che la fabbrica può avere sulla salute dei cittadini e sulla qualità dell’aria e delle acque, ma alle sue richieste di rassicurazioni l’azienda oppone «una specie di segreto che se non è quello militare quasi lo raggiunge». Ci si abitua anche al fumo: guardandone la direzione sappiamo da che parte soffia il vento e se la puzza ti investe allora è vento di terra, il mare è bello e d’estate val la pena andarci. Impossibile anche stabilire il numero preciso degli infortuni avvenuti là dentro, tantomeno di quelli mortali. Secondo dati Cgil, dall’inizio della costruzione fino al 1980 sono 130, ma altre indagini non ufficiali parlano di oltre 300. Dopo quella data, che forse non a caso è il 1980, l’anno che segna la sconfitta del movimento operaio e l’inizio della crisi del sindacato di lotta, è praticamente impossibile avere dei dati, se non cercando di ricostruirli attraverso i giornali. I morti sono sempre più soli, casi che l’azienda vuole liquidare cercando il patteggiamento con le famiglie, offrendo denaro e magari anche l’assunzione di un fratello, di un figlio. Un operaio in pensione mi racconta: «l’ultimo giorno di lavoro io mi girai feci il segno della croce: ”sono uscito con le mie gambe”. Il giorno dopo, se andavo con il mio tesserino, non si apriva più la porta automatica. Vieni subito cancellato. La tua matricola sparisce. Perché lì dentro sei un numero. Basta cambiare quello. Togli quello e metti l’altra matricola».
La rivista «Primo Maggio»
(1973-1989)
a cura di Cesare Bermani
(DeriveApprodi, Roma 2010)
Negli anni Settanta e Ottanta «Primo Maggio» è stata una rivista importante per tante persone impegnate nelle lotte sociali e civili. E’ stata una scuola di formazione, una sede di dibattito e riflessione in un periodo storico convulso, ma pieno di passioni e di generosità. E’ stata una fabbrica di prototipi mentali. Ideata da Sergio Bologna, storico del movimento operaio ed esponente dell’«operaismo italiano», ha vissuto i primi anni sotto la sua direzione per poi passare, dal 1981 al 1989, a cesare Bermani, affiancato da Bruno Cartosio. Il suo editore fu Primo Moroni, libraio della Calusca di Milano inventore di un modo nuovo di fare cultura. La sua grafica, originale e rigorosa, fu opera di Giancarlo Buonfino.
Una rivista di «storia militante» che ha affrontato con intuito e preveggenza argomenti complessi come la gestione capitalistica della moneta, il declino della grande industria fordista, l’emergere di nuove figure sociali, la trasmissione della memoria, l’avvento della logistica. Attraverso la riscoperta di pagine straordinarie di storia del proletariato migrante fu capace di creare immaginari e modelli di comportamento, di dare una diversa rappresentazione dell’America, di influenzare gli orientamenti di gruppi politici e correnti di ricerca storiografica in Germania.
Questo volume ne traccia la storia attraverso le discussioni dei membri della redazione succedutisi nel tempo, le testimonianze di chi ne seppe fare uno strumento di formazione e i giudizi di alcuni giovani ricercatori che ne hanno visitato le annate in qualche biblioteca o raccolta privata.
Il libro contiene scritti inediti di Cesare Bermani, Sergio Bologna, Riccardo Borgogno, Bruno Cartosio, Alberto de Lorenzis, Valerio Evangelisti, Stefano Lucarelli, Santo Peli, Karl Heinz Roth.
Una cittĂ
Venezia, la memoria dell’acqua
a cura di Antonella De Palma e Sandra Savogin
(Temporale, Venezia 2009)
Il recupero di ciò che eravamo per capire ciò che siamo e dove potremmo andare è fondamentale.
Il recupero delle nostre radici, costruito attraverso la vita delle donne e degli uomini che hanno lavorato; le storie minori, che non riempiono i libri di storia, che danno però la dimensione sociale, economica, culturale di un territorio.
I ricercatori che per lungo tempo sono stati impegnati in questo lavoro di “inchiesta” storica, sociale e personale non hanno voluto semplicemente ricostruire eventi passati o mestieri piĂą o meno in via di estinzione, ma hanno cercato di comprendere ciò che questi eventi e questi mestieri significano oggi, di raccontare le differenze in un momento in cui quelle differenze si tenta di cancellarle e dilaga un pericoloso conformismo culturale che tutto omogeneizza.
Questo libro non è e non vuole essere un saggio storico o sociale o antropologico. Piuttosto un libro di racconti, un montaggio di impressioni soggettive su alcuni aspetti ed eventi della storia di Venezia e della sua laguna.
Sommario:
A Villadossola (borgo dell’alto Piemonte) nella prima metĂ del secolo scorso esisteva la piĂą importante fabbrica con manodopera prettamente femminile di tutto il territorio. Era uno iutificio che dava lavoro a centinaia di giovani donne sia provenienti dall’area alpina sia immigrate da altre regioni italiane. Ragazze, anche adolescenti, che tra le anguste mura di quella azienda sono cresciute e hanno costruito un’identitĂ operaia fondata sulla dignitĂ e il rispetto del proprio mestiere.
I ricordi del lavoro, dello stare assieme, dell’emancipazione individuale e di gruppo, delle lotte per migliori qualitĂ di vita sono gli argomenti del libro di Virginia Paravati Quello che siamo state. Storia e memoria di donne in fabbrica. Lo iutificio di Villadossola (1900-1950).
Dalle pagine di questa avvincente storia, che si concluderĂ con sette mesi di occupazione della fabbrica contro la sua chiusura, emerge il rilievo della cultura femminile del lavoro industriale e del contributo fornito dalle donne di valle.
Il volume (250 pp., 23 ill.) può essere richiesto all’Assessorato alle Pari OpportunitĂ della Provincia del Verbano Cusio Ossola tramite questo modulo.
Virginia Paravati si occupa di storia e cultura dei ceti popolari, in particolare del mondo femminile, collaborando con istituzioni pubbliche e private. Tra i suoi lavori: Aspettando la luna nuova. Dialoghi sul sapere delle donne a Ornavasso nella prima metĂ del Novecento, Alberti libraio editore, Verbania 2007.
Edizione promossa dalla Consigliera di ParitĂ e dall’Assessorato alle Pari OpportunitĂ della Provincia del Verbano Cusio Ossola.
Fonti orali. Istruzioni per l’uso
a cura di Cesare Bermani e Antonella De Palma
(Temporale, Venezia 2008)
Questo libro è il risultato di una selezione degli interventi svolti durante i due Corsi per ricercatori sul campo tenutisi a Venezia nel gennaio-febbraio 2004 e maggio-giugno 2006.
Concepito come strumento di lavoro, non va letto come un manuale, ma come la riflessione su una serie di esperienze di lavoro sul campo utile a chi voglia portare avanti nuove ricerche e nuove elaborazioni.
Sommario:
Istituto storico Parri Emilia Romagna
Scuola popolare di musica Ivan Illich. Bologna
Zapruder – Storie in movimento
Società di Mutuo Soccorso Ernesto De Martino. Venezia
Associazione Italiana di Storia Orale
Corso di formazione
Le fonti orali. Metodi, tecniche, esperienze
Bologna, 28 aprile – 26 maggio 2007
Le scienze storiche e sociali hanno da qualche anno maturato un ampio interesse verso l’utilizzo delle fonti orali nella ricerca e riconosciuto ad esse piena dignità di opzione metodologica in grado di produrre risultati di tutto rispetto.
Sin dagli esordi, gli approcci basati su fonti orali hanno opposto ai paradigmi “unitari” delle grandi narrazioni la descrizione di realtà sociali concrete, con un’attenzione particolare per il complesso rapporto tra soggettività di chi fa ricerca e attori storici e sociali in carne ed ossa, per i loro percorsi personali quali venivano rappresentati attraverso la narrazione.
In tempi più recenti, la moltiplicazione e l’affinamento dei filoni di ricerca su fonti orali ha portato un contributo notevole alla riflessione storiografica, sociologica e antropologica, mettendone in discussione alcuni presupposti epistemologici, metodologici e interpretativi, nonché gli stessi confini disciplinari.
La fortuna che questi approcci oggi conoscono è riscontrabile nella domanda formativa di studenti e ricercatori. Andare “sul campo”, osservare direttamente, entrare in contatto non solo con storie del passato, ma soprattutto con uomini e donne con le quali è possibile costruire un dialogo dai forti significati, tutto ciò appare un’impresa affascinante, da un punto di vista umano, scientifico e politico.
Queste metodologie, tuttavia, richiedono, oltre alla passione personale, un robusto bagaglio teorico e pratico. Allo scopo di far acquisire alle persone interessate gli strumenti essenziali di ricerca su fonti orali proponiamo una serie di incontri con studiosi tra i più significativi per competenze metodologiche e didattiche e per il ruolo centrale svolto in tali ambiti di ricerca.
Alle finalità del Corso non è estranea l’ipotesi della formazione di un gruppo interdisciplinare di ricerca sul territorio bolognese.
Il Corso di Formazione sarà nel complesso articolato su tre diversi piani:
Segreteria organizzativa:
Scuola Popolare di Musica Ivan Illich
lun-ven, 17:00-20:00
tel: 051-357753
Istituto Storico Parri Emilia Romagna
lun, mar, gio, ven, dalle 13 alle 19
tel: 051-3397232, fax: 051-3397272
Gli incontri si terranno presso:
Istituto Storico Parri Emilia Romagna
via Sant’Isaia, 18
40123, Bologna
tel. 051-3397232
(bus 14 o 21, fermata SANT’ISAIA)
Scuola Popolare di Musica Ivan Illich
via Giuriolo, 7
40129, Bologna
tel. 051-357753
(bus 27, fermata CASERME ROSSE)
Ultimo appuntamento pubblico per il progetto
Archivio della Memoria della città di Taranto
La ricerca etnomusicologica nel territorio tarantino
e il fondo musicale Alfredo Majorano
Martedì 23 gennaio alle ore 16.30 presso la Biblioteca Comunale Acclavio, nell’ambito dell’ultimo incontro pubblico promosso dal Progetto Archivio della Memoria della città di Taranto, si parlerà di etnomusicologia e ricerca su campo nel territorio tarantino.
Si può ancora parlare di ricerca etnomusicologica ai nostri giorni e, se si, che cosa è possibile trovare adesso del partimonio musicale tradizionale in un territorio che ha subito trasformazioni sociali ed economiche così profonde? In che modo queste trasformazioni hanno influito sulla cultura di tradizione orale?
Sono questi gli interrogativi cui si cercherà di dare risposta nel corso dell’incontro a cui parteciperanno lo storico Roberto Nistri, l’etnomusicologo Giovanni Fornaro e Antonella De Palma, ricercatrice dell’Istituto Ernesto de Martino e direttrice della associazione veneziana Società di Mutuo Soccorso Ernesto de Martino.
E’ stata quest’ultima associazione che ha curato il restauro delle registrazioni effettuate agli inizi degli anni Cinquanta da Alfredo Majorano nella provincia di Taranto e custoditi nel Museo etnografico a lui dedicato all’interno di Palazzo Galeota, nella città vecchia.
Un restauro offerto al Comune di Taranto per non rischiare la perdita di un materiale così importante per la conoscenza della musica di tradizione orale tarantina e durato più di un anno. Adesso queste registrazioni sono state restituite alla città in formato digitale, e un assaggio di ascolto sarà possibile, grazie anche alla collaborazione dell’assessorato alla cultura del comune di Taranto, proprio in questa occasione.
Ad Alfredo Majorano e alle sue ricerche sarà dedicata un’ampia parte del pomeriggio. Oltre all’ascolto delle registrazioni, che saranno illustrate dall’etnomusicologo Giovanni Fornaro, lo storico Roberto Nistri racconterà di Majorano e del suo tempo. Filmati d’epoca accompagneranno il racconto.
Terminati gli incontri pubblici il lavoro del progetto Archivio della Memoria della città di Taranto proseguirà con la ricerca su campo. I ricercatori dell’Associazione Venti del Sud e dell’Istituto Ernesto de Martino che partecipano al progetto hanno già raccolto le prime storie che andranno a costituire il primo nucleo dell’archivio. Storie di vita e storie di lavoro del passato più o meno recente, che ci aiutano a comprendere il presente.
A questo proposito i promotori del progetto invitano chi voglia collaborare con il proprio racconto o mettendo a disposizione fotografie o registrazioni o altro ancora a contattarli.
Due nuovi appuntamenti per il progetto
Archivio della memoria della città di Taranto
Venerdì 12 gennaio alle ore 16.30 presso la Biblioteca Comunale Acclavio si terrà un incontro con Alessandro Langiu, autore e attore di molteplici testi e spettacoli di narrazione nel segno del teatro d’impegno civile.
Langiu racconterà il lavoro "invisibile" che precede la stesura dei suoi testi e degli spettacoli. Nel corso della serata ci sarà anche spazio per qualche frammento dei diversi lavori prodotti negli ultimi anni. Ricordiamo i titoli degli ultimi lavori: Venticinquemila granelli di sabbia, Otto mesi in residence, Muro, Di figlio padre di figlia madre.
Sabato 13 alle 9.30, sempre presso la Biblioteca, è la volta dello storico orale romano Alessandro Portelli. Docente di letteratura angloamericana all’Università la sapienza di Roma, Portelli utilizza da sempre la ricerca su campo nei suoi lavori che spaziano da argomenti letterari a quelli più propriamente storici. Anima del Circolo Gianni Bosio di Roma, Portelli è anche presidente dell’Associazione Italiana degli Storici Orali.
Fra le sue tante pubblicazioni ricordiamo: Biografia di una città. Storia e racconto: Terni 1831-1985, Torino 1985; La linea del colore. Saggi sulla cultura afroamericana, Roma 1994; Woody Guthrie e la cultura popolare americana, Bari 1975; Il testo e la voce, Roma 1992; L’ordine è già stato eseguito. Roma, le fosse ardeatine, la memoria, Roma 1999, insignito del premio Viareggio nel 2000.